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STEVE VAI, Real Illusion: Reflections - 22/02/2005 - 7.5/10
view post Posted on 16/4/2005, 18:56P_QUOTE
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AUTORE: Steve Vai
TITOLO DELL'ALBUM: Real Illusions: Reflections
DATA D'USCITA: 22 Febbraio 2005
VOTO: 7.5/10

RECENSORE: Simone "The Prisoner" Cosentino

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E' dal 2001 (anno di uscita di "Alive In Ultra World", doppio live con brani inediti) che Steve Vai non deliziava i propri fans con un full lenght nuovo di zecca, e per l'ultimo album da studio bisogna spingerci fino a "The Ultra Zone" (1999). Tuttavia, niente (o poco) sembra essere cambiato: Steve Vai è sempre lo stesso, genio e sregolatezza, per cui prendere o lasciare.
Dopo un scala quasi "loopata" parte la prima traccia,"Building the Church": la melodia esotica potrebbe farci pensare che non si tratti del vecchio Steve Vai, ma le frasi dell'assolo e, sopratutto, i suoni lo smascherano subito. E' un buon brano, di facile assimilazione, anche se un pò troppo ripetitivo, forse.
Dato che questo nuovo album dovrebbe essere la prima parte di una "favola rock" (come scrive lo stesso Vai nel booklet), non può essere interamente strumentale: ed ecco che arriva il primo brano cantato, "Dying For Your Love". La struttura del pezzo è molto semplice e, a parte l'assolo, potrebbe essere interamente riprodotta da una consolle senza problemi di sorta. A questo punto, potrebbe venire la voglia di levare il cd dal lettore, e andare a recrimnare i 20€, se non fosse che "Glorius" sembra risollevare il tono dell'album. Ecco lo Steve Vai sperimentatore di suoni che avevamo potuto già ammirare su "Alien Love Secrets" con la sua voce venusiana: la strana melodia orientaleggiante della chitarra effettata (come solo lui sa fare) ci accompagna fino al pezzo centrale del brano, che si rinvigorisce con il solito assolo alla Steve Vai (niente di mai sentito), per poi chiudersi riproponendo la melodia principale.
Ed ecco alla 4 traccia il primo "lento" del disco, nonchè il primo brano veramente degno di nota: un abbraccio prolungato della sua Ibanez su un soffice tappeto di contro-tempo. E mentre, ancora avvolti in un'atmosfera sognante, ci avviciniamo al cuore dell'album, sentiamo uno "boom shika boom shika..." che non farebbe presagire nulla di buono, se non fosse per l'attacco di basso (che, a dire il vero, si fa un pò aspettare), seguito a ruota da trombe, sassofono e tromboni che non fanno altro che dimostrare la grande versatilità ed il grande ingegno di questo artista: il secondo pezzo cantato del disco, "Firewall", è nettamente superiore al suo predecessore: in questo brano atipico non si sente neanche la mancanza del virtuosismo esasperato e delle tipiche trovate di Steve.
Ed ecco che arriviamo alla prima perla del disco: "Freak Show Excess". Le note di un sitar ci immettono in quello che è, senza dubbio, uno dei capolavori dell'album, con degli scatenati Billy Sheehan (e qui è davvero la prima volta in tutto il disco dove si riconosce il suo tocco) e Jeremy Colson ad assecondare i repentini e continui cambi di tempo della struttura ritmica del pezzo, su cui Steve si diverte a giocherellare con le proprie capacità chitarristiche. La pazienza è stata già ben ripagata.
Il 7 pezzo, come è ormai consuetudine, è un lento, e stavolta Steve è accompagnato da un'orchestra.
Questo è il secondo capolavoro dell'album: oltre alla tecnica, Steve dimostra di avere una grande sensibilità melodica ed un'ottima scelta di suoni, riuscendo a spremere al meglio la propria 6 corde, fino ad arrivare al "solito" finale in solitaria, strascicato e prolungato.
Genio e follia:"Yai-yai" sono 2 minuti e 37 in cui si diverte, mediante una sapiente miscela di effetti, a far letteralmente cantare alla sua chitarra le parole che danno il titolo al brano. Seguono "Midway creatures" (niente di particolarmente eclatante, negli standard della normalità vaina) e "I'm Your Secrets" (un lento acustico, cantato, molto rilassante e apprezzabile), prima della chiusura con "Under it all", ultima perla del disco: si ritorna a un drumming spezzato e ricco di accenti, e ad un riffing abbastanza massiccio, intermezzato da un testo che sembrerebbe interminabile, se non fosse accompagnato anche dalle ottime frasi chitarristiche, che conducono per mano il pezzo fino ad un allentamento della tensione, lasciando spazio unicamente alle voci dei protagonisti di questa prima parte della favola rock firmata Steve Vai,
ormai giunta alla fine.
In conclusione: è un buon album per tutti i fans di Steve Vai (non più su del 7 / 7 e mezzo), abituati con il suo sali-scendi qualitativo, anche all'interno dello stesso album, ma da evitare come la peste per chiunque non abbia mai provato grande simpatia per questo chitarrista, dal momento che questo cd certamente non gli farà cambiare idea.

Simone "The Prisoner " Cosentino
 
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